Questo libro è nato un po’ per conto suo, nell’arco di pochi mesi febbrili. Prima di Annette avevo scritto un romanzo, come si usa dire, problematico, che nessun editore aveva accettato; vorremmo più trama, mi diceva qualcuno, personaggi più simpatici… Allora decisi di rilanciare: avrei scritto un nuovo libro, ma così editorialmente repellente da sbalordire persino i più audaci: un romanzo-saggio su una pornostar tedesca. 

D’altra parte, questa non è la verità, nel senso che non ho dovuto sforzarmi particolarmente per trovare un soggetto scomodo, ma è venuto da sé. Annette Schwarz è sempre stata lì, questo è inutile nasconderlo, è un volto noto da quando ero un adolescente; ma in quel periodo stavo leggendo molti saggi, in volume e su riviste accademiche, sulla pornografia, e mi stavo rendendo conto della straordinaria complessità teorica di un prodotto che tendiamo a torto a considerare come meramente di servizio. In più volevo esplorare la forma della narrazione con ricche farciture saggistiche, per cui mi sono detto: perché non concentrarsi su Annette? Ci mettiamo il racconto in prima persona, un po’ di ruminazioni, qualche elucubrazione biografica, e siamo a posto, il racconto lungo è fatto. Invece sono uscite trecento pagine. 

La scelta di un argomento come la pornografia non ha davvero bisogno di giustificazioni: il porno è ovunque, tutti lo guardano. Si è usata nei decenni passati la categoria critica di “scritture dell’estremo” – opere letterarie ossessionate da temi scioccanti come violenza, erotismo malato, e così via, che servivano a bilanciare in qualche modo lo “sciopero degli eventi” della stretta contemporaneità. Ma non c’è niente di estremo nel porno: tutto quello di cui ho scritto in questo libro è facilmente reperibile online anche per chi, come me, sa usare il computer solo con una certa goffaggine. Pensare che oggi il porno sia ancora scabroso, estremo, o tabù, significa non conoscere minimamente il mondo in cui viviamo.

Semmai il porno contiene in nuce due snodi concettuali che sono quelli che, come scrittore, trovo più stimolanti, e che, come essere umano, più angosciosi. Innanzitutto, il porno ha a che fare non col sesso (per nulla!), ma col desiderio, o meglio, con la frustrazione del desiderio: virtuale, digitale, il porno costringe a inseguire ombre, a cercare di abbeverarsi ad acque che, come nel supplizio di Tantalo, si allontanano appena cerchiamo di posarvi le labbra. Le cose irrealizzabili, però, le cose lontane da noi, le fantasie, i sogni, le allucinazioni, sono attraenti proprio perché irrealizzabili: sono un regno di possibilità infinita e insoddisfabile che la realtà, ammesso che esista, non può eguagliare. 

La seconda cosa che il porno concettualizza con chiarezza allarmante è il problema dell’autenticità. Cosa significa che quello che vediamo in un film porno è reale? Il coito, a differenza che in un film normale, sta avendo luogo sul serio, col suo corollario di fluidi e penetrazioni; ma basta questo a renderlo autentico? La grammatica di rappresentazione del porno, che va dalla scelta di attori idealizzati a strutture narrative stereotipiche a messe in scena improponibili per i canoni del realismo cinematografico – tutto questo rende il porno artefatto, a volte insopportabilmente falso. Eppure quello che la pornografia rappresenta è avvenuto davvero, e proprio in quel modo lì. Questa preoccupazione (come la rappresentazione medi, falsifichi, confonda il reale, o al contrario lo potenzi), mai visibile così bene come nel porno, dovrebbe stare al centro dei pensieri di chiunque scriva. 

Queste, in sintesi, le ragioni dietro ad Annette. Può essere che siano un po’ cervellotiche: del resto, ho passato molto tempo a elucubrare su questo romanzo, e potrei essere finito ad averne opinioni tanto astratte che poi il lettore non sarà in grado di rintracciare nel testo nulla di simile. Dimenticatevi quello che ho appena scritto, allora: Annette è la solita vecchia storia, un grande classico da Petrarca a Ted Bundy – un giovane uomo si innamora di un fantasma, e ne paga le conseguenze. Questa è l’altra cosa che mi interessava mettere in scena: come lo sguardo (e nello specifico lo sguardo maschile) possa guardare qualcosa incessantemente finendo per capirne così poco, e imprigionandolo.  

Questo per quanto riguarda le motivazioni esplicite, consce, del romanzo in questione; su tutte le altre non posso pronunciarmi. 

Marco Malvestio