È doveroso fare una premessa: trovo oltremodo imbarazzanti le domande “Come si chiama il libro che hai scritto?” e “Di che parla i.l.c.h.s.?”. La risposta alla prima corrisponde a me che gonfio il petto e recito “Teoriedellacomprensioneprofondadellecose” il più in fretta possibile, in modo che non sembri troppo lungo e troppo complicato (il curioso, potenziale lettore sussurra, di solito, un “Ah” carico di disagio e pentimento e odio per sé e compassione per me); la risposta alla seconda corrisponde a me che balbetto guardando a terra e minimizzando sull’effettiva necessità, da parte del curioso, potenziale lettore, di interessarsi ulteriormente al libro. In entrambi i casi mi sento imbarazzato e stupido e maledico il mio esordio.

Alfredo Palomba con il suo libro “Teorie della comprensione profonda delle cose”, edito da Wojtek

David Foster Wallace ricordava, in un’intervista, di saper spiegare molto meglio qualcosa per iscritto che a voce e a me pare evidente di rientrare in questa categoria di scrittori. Poco meno di due anni fa, prima ancora di affidare Teorie a Wojtek, un lettore mi chiese di cosa parlava il manoscritto. Ero al Book Pride di Milano, accanto a me c’era Alessandro Gazoia, che ne aveva già letto le prime bozze. Gli rimbalzai la domanda e Gazoia ci disse che parla del presente, dell’uomo calato nel presente e che, nonostante utilizzi alcune soluzioni formali e certa ironia e anche certo sarcasmo tipici del postmodernismo, non è davvero un romanzo postmoderno perché alla polifonia del presente cerca di dare un senso, invece che lasciarla lì a galleggiare, abbandonando a sé stesso chi legge. Quella risposta mi piacque molto e ammirai Gazoia perché aveva parlato del mio libro molto meglio di quanto avrei saputo fare io, interrogato così, a freddo.

Il fatto è che ho voluto mettere un sacco di carne al fuoco, ma proprio un sacco e della più diversa. Una primissima idea, se ricordo bene, era il racconto grottesco di una coppia di amici che, per la gelosia di uno dei due, cominciavano una specie di guerra che partiva da allusioni sui social e sfociava in un conflitto atomico. Ma il libro doveva contenere molto altro: battaglie, aneddoti, in qualche modo il don Chisciotte, la torre di Scafati (edificata tra il nono e il decimo secolo e abbattuta nell’Ottocento), parti saggistiche—il titolo, in questo senso, è fuorviante, sembra appunto quello di un saggio. Non doveva essere soltanto una storia ma una riflessione sullo scrivere storie e sulla ricerca di senso che le storie ci spingono a intraprendere. E doveva far ridere, parecchio. Di sicuro sapevo di voler scrivere un romanzo che fosse, perlopiù, comico e rappresentasse anche la mia personale vendetta contro un invidioso maldicente che mi è capitato, per sventura, di incrociare. Ho tentato di far coesistere in uno stesso oggetto tutte queste spinte che mi portavano in luoghi e tempi e modi di scrittura diversissimi, ed è stata questa la difficoltà maggiore: far quadrare ogni elemento, inscrivere una materia narrativa così eterogenea in una struttura coerente. Provare, tutto sommato, a dare un messaggio.

Nel romanzo c’è un blog dall’emblematico titolo Teorie della comprensione profonda delle cose, che accosta diffamazione a immagini pornografiche, foto di cadaveri a storielle piccanti a passione per gli escrementi al trash televisivo e musicale più becero. È il filtro, pesantemente sarcastico, che uno dei protagonisti usa per parlare di sé e del mondo. Questo, sono, le inconciliabili e personalissime “teorie” di cui i personaggi si fanno scudo: filtri, schemi, visioni del mondo. Valide solo se lette insieme, se scagliate l’una contro l’altra per tentare di intuire, se si è fortunati, il filo che le accomuna e le unisce.

Alfredo Palomba, autore